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ALLE TRE CIME DI LAVAREDO PER LA VALLE RIENZA
19 e 20 Maggio 2009 - Tre Cime di Lavaredo

Domenica 17 Maggio sono partito con i miei genitori alla volta di Dobbiaco. Non era prevista nessuna escursione in montagna, però ho preferito portare comunque gli indumenti e l'attrezzatura fotografica. Non si sa mai...
La voglia di partire è arrivata nella giornata di lunedì, anche per via dei continui scorci che le numerose vette ci offrivano. Ero sul balcone del Bed and Breakfast che ci ospitava quando nella serata di lunedì, al tramonto, ho scattato la prima foto, imposta dalla spettacolare scena offerta dal Profilo delle Dolomiti di Sesto, a Sud di Dobbiaco.
Il profilo delle Dolomiti di Sesto illuminato al tramonto...
La mia idea è quella di fotografare le tre cime dal loro versante settentrionale, con la calda luce del tramonto che ne illumina le pareti. Mi accordo dunque con mio padre: sarei partito al mattino sul sentiero che dalla Valle di Landro sale al Rifugio Locatelli attraverso la Val Rienza, avrei atteso il calar del sole al caldo del rifugio invernale accanto al Locatelli, scattato le foto e in seguito sarei tornato per la facile via che collega il Locatelli al Rifuigo Auronzo, per poi imboccare la strada asfaltata fino a Misurina. Lì mi avrebbe atteso mio padre per il ritorno. Anche al buio, con la luce frontale, non avrei avuto difficoltà a tornare.
Detto fatto: parto al mattino di martedì di buon ora. Il tempo non è dei migliori, e le previsioni mettono acqua per il pomeriggio. Non mi preoccupo più di tanto, conto di essere al rifugio prima di pranzo, riposarmi, aspettare che spiova e magari godere di qualche nube attorno alle cime che arricchisca il paesaggio per le foto. Il sentiero è larghissimo, e costeggia un impetuoso corso d'acqua, il Rienza, che scorre alla sua destra. Fa piuttosto caldo, e mi sento un po' ridicolo quando, pantalone con ghette, soft shell e giacca impermeabile arroccata sopra lo zaino supero un gruppetto di lingua tedesca in pantaloncini corti e T-Shirt.
La passeggiata è molto piacevole, la via non sale più di tanto, ma la cosa un poco mi spaventa. La salita arriverà tutta dopo... Alla mia destra, delle impressionanti pareti rocciose salgono verticali e possenti. Penso al piacere che si proverebbe arrampicandole (e contemporanemente penso che il mio 4c in falesia non basti per affrontarle :-D)
All'altezza di un bivio mi imbatto in una coppia di anziani anglofoni, che dopo avermi salutato cominciano a chiedermi indicazioni sul sentiero da seguire per il Locatelli. Glielo illustro sulla carta. Poi notano il treppiedi legato allo zaino, e mi chiedono se salirò anch'io al Rifugio per fare foto. Rispondo che lo farò, e attenderò lì il tramonto. Mi guardano un po' stupiti, come non avessero capito il mio inglese (cosa più che probabile...). Poi però si accertano di aver capito bene, e io gli spiego che tornerò dall'altra parte con la luce frontale. Ancora un paio di spiegazioni sui sentieri e poi mi incammino di nuovo. Pochi passi e sento la donna inglese che chiede: ci sarà neve? Mi volto e rispondo: spero di no...
Ecco appunto, penso tra me. Che senso avrebbe che non ci sia neve? Tutte le cime qua attorno ne sono coperte, quindi starà anche qui. Prima ancora di vederla, decido di provare comunque a salire fin su, visto che ormai sono per strada... Le prime lingue di neve non tardano ad arrivare. Non appena il sentiero termina in una piccola radura e inizia la sua salita lungo un versante piuttosto scosceso, vedo la neve che copre sia parte della radura, che il sentiero, a tratti discontinui. La prima parte di sentiero neanche si vede, perchè è coperta. Se ne intuisce però la direzione guardando il tratto superiore, che sale verso sinistra. Affondo quindi gli scarponi nella neve e comincio a risalire il pendio, tagliando verso destra. Qui la pendenza non è eccessiva, e non temo alcuna slavina. Più in alto, però, le lingue che attraversano il sentiero non hanno un'aria stabile e dovrò tagliarle tutte, il più in fretta possibile. Non sono larghissime, si tratta di attraversare pochi metri ogni volta, però non è un bel pensare quello di scivolare a valle tutto d'un tratto, insieme alla neve.
Camminare in queste condizioni diventa molto più faticoso. Inoltre, devo stare attento ad avere sempre un appoggio saldo e non ghiacciato sotto i miei piedi. In effetti la neve è piuttosto molle, e se da un lato questo mi consente di salire comunque senza ramponi, dall'altro aumenta la fatica... Inoltre, penso io, senza alcuna base, che il caldo potrebbe favorire il cedimento di qualche massa nevosa... Rimuginando su tutti questi aspetti, mi ritrovo circa a metà del sentiero. Mi fermo un attimo a riposare e guardando verso valle vedo i due inglesi fermi poco prima della lingua di neve, e i tedeschi che si arrabattano in calzoncini per salire lungo il mio stesso sentiero. Sul momento mi sento meno solo, ma so che non andranno lontani. Più volte ho dovuto affondare la gamba nella neve alta, e se non avessi avuto le ghette a questo punto i miei piedi sarebbero fradici.
Riprendo il cammino, fino al punto in cui il sentiero si fa più dolce e passa accanto a un'imponente cascata sulla sinistra. Allento un po' la tensione e guardo indietro. Si possono ammirare sin da qui le Tre Cime...
Le Tre Cime si stagliano sopra al sentiero appena percorso. Le numerose lingue di neve che lo tagliano hanno reso la salita piuttosto stressante, sia dal punto di vista fisico che psicologico.
Scatto un paio di foto, poi mi accingo a proseguire, pensando ai nuovi problemi che arriveranno...
Non appena sballato il versantino, la situazione si fa di gran lunga peggiore (come era prevedibile...). La neve in alcuni punti è altissima, in altri si sta sciogliendo e forma affascinanti rigoli d'acqua e vasti laghetti circondati da argini nevosi. Ovviamente il sentiero è coperto abbondantemente e quindi sono costretto a procedere a naso, prendendo come facile riferimento le Tre Cime e il monte Paterno, di fronte a me. Non ho mai percorso questa via, quindi non immagino neanche il tragitto del sentiero. Però so dove si trova il Rifugio rispetto alle Tre Cime, quindi inizio a costeggiare un pendio attraverso la neve, con un occhio alla massa che mi sovrasta, e l'altro ai laghetti alla mia destra, che sinceramente mi fanno un po' impressione: mi vedo sguazzare nell'acqua gelata dopo esservi finito a causa di un cedimento della neve sottostante.
La fatica comincia a sentirsi. Ogni passo diventa sempre più pesante. Un paio di volte mi ritrovo con la neve fino all'inguine. Fortunatamente di tanto in tanto affiorano delle rocce, che io utilizzo come punto di ristoro fisico-psicologico. Mi danno anche l'occasione di studiare il prossimo tratto da percorrere, in modo da minimizzare rischi e fatica.
Attorno a me, nessuna traccia, nessuna impronta umana. Di tanto in tanto, scorgo orme di qualche ungulato; altre volte, di un felino. Devo sbrigarmi, però. Una massa nuvolosa inizia a coprire il cielo, e alcuni fulmini già rimbombano in lontananza. Se il temporale arrivasse qui, sarebbe un bel problema. Sia per i fulmini (sarei costretto a lasciare il mio cavalletto a terra) che per la nebbia, che mi impedirebbe di orientarmi e di raggiungere il rifugio. Sarei costretto a camminare in una mare bianco e senza riferimenti: la neve sotto, le nubi sopra e accanto.
Nonostante sia sfinito, prendo a muovermi più velocemente. Sento i muscoli delle gambe che a volte sembrano cedere, affondati nella neve. Un paio di coppie di marmotte, e i loro fischi intimidatori, mi danno un po' di coraggio. Penso tra me di deviare un pochino per fotografarle, ma il pensiero svanisce in fretta. A un tratto afferro una barretta di cioccolato dallo zaino e prendo a morderla mentre salgo. Voglio arrivare al più presto.
D'un tratto, molto scoraggiato, scorgo in lontananza i paletti che segnano l'incrocio tra tre sentieri. Uno è quello che arriva dal rifugio Auronzo, quello che dovrò percorrere alla sera. Ma il sentiero non c'è, e lì il pendio è veramente scosceso, oltre al fatto che i resti di una slavina piuttosto imponente venuta giù dal Paterno fanno bella mostra di sé poco sopra al trivio. Mi rendo conto che non potrò tornare da quella parte: dovrò riscendere da dove sono salito, in una via che di certo non potrò affrontare al buio come era mia intenzione fare.
Inizio a trascinarmi fino al trivio, passo dopo passo, lentamente ma costante. Di tanto in tanto però devo fermarmi, per recuperare quel briciolo di forze che servono a proseguire. Giungo al trivio esausto, terminando lì il cioccolato. I sentieri sono invisibili: la neve ha coperto anche le staccionate di legno che li costeggiano. Però in qualche breve tratto affiorano, e quindi in linea retta passo da un pezzo di legno all'altro, con pendenze piuttosto elevate, annaspando nella neve. Ormai però sono quasi arrivato, vado avanti per volontà. D'un tratto, quasi inaspettato e incredibilmente vicino, si staglia contro il profilo della montagna il Rifugio Locatelli. Lì sotto so che c'è la baracca invernale. Stringo i denti e affronto l'ultimo dislivello, poi sembra quasi di volare quando attraverso la piana che conduce alla baracca, avvolto da un mare di neve.
Le Tre Cime fanno da sfondo alla neve levigata dal vento che mi circonda in ogni direzione.
Finalmente sono al rifugio. Apro la porta in legno per controllare l'interno. Sono solo (ma dai?). Appoggio lo zaino, prendo il panino, l'acqua, e pranzo di fronte alla piccola finestra dal vetro sporco con vista sulle Tre Cime. Poi con un filo di segnale comunico ai miei genitori che non tornerò a dormire: mi fermerò alla capanna, tornerò all'indomani all'alba da dove sono salito.
Vado a riposare, avvolto da cinque o sei coperte, poi torno fuori a riflettere, ad ammirare tutta quella solitudine maestosa che mi avvolge, a immaginare il possente ghiacciaio che si pensa abbia levigato le pareti nord delle cime. Nessuno e niente può interrompere quella visione, il flusso dei pensieri, l'immaginazione. Nonostante la solitudine, nonostante non potessi né leggere né scrivere perchè non era prevista nessuna sosta, il tempo passa veloce. Inizia a piovere, e dall'interno del rifugio continuo ad ammirare, a pensare, a riposare.
Poi esce il sole, facendo capolino tra qualche nube. E' il momento di scattare qualche altra foto. Esco all'aperto, riempio un poco la scheda di memoria, riprendo a più riprese i giochi di vapore che si creano attorno alle Tre Cime. Finalmente guardo il monitor della macchinetta e sono soddisfatto: è questa la foto che cercavo.
Batuffoli di vapore avvolgono appena le Tre Cime, quasi le abbracciassero. La luce del tardo pomeriggio disegna e colora la neve, le rocce. Penso a tutti coloro che su quelle pareti hanno arrampicato, bivaccato, sofferto, fallito, fino a raggiungerne le vette.
Quando arriva il tramonto, le nubi coprono interamente il cielo. La luce è debole, piatta. Mangio qualcosa, poi pian piano giunge il crepuscolo. Un gatto selvatico, o un lince, scende dai pendii del monte paterno. Sono così stanco e frastornato che quasi non mi rendo conto dell'eccezionalità della cosa. Vedo il felino dalla finestrella della capanna. Ne noto dapprima il ciuffo di peli alle estremità delle orecchie. Poi realizzo. Cerco alla rinfusa la macchina fotografica. E' nello zaino. Quando la estraggo, il felino non è più alla finestra. Si è spostato sulla porta e gratta su di essa, emettendo un verso simile a un ringhio stridulo, mai sentito prima. Un tempo ne sarei stato spaventato. Quella sera valutai se uscire o meno per fotografarlo. Nel dubbio, me ne restai dentro, col felino che continuava a rumoreggiare all'altro lato della capanna. Forse sentiva l'odore della mortadella avanzata ;-) Non ho elettricità, l'unica fonte di luce è la mia torcia frontale. Non è ancora del tutto buio quando mi adagio sul letto ben coperto, per dormire fino all'alba successiva, disturbato solo inizialmente dello sfuggente felino e da alcuni roditori che si rincorrevano nell'intercapedine tra il cemento e il legno...

Mi sveglio con le prime luci, ancor prima che suoni la sveglia. In poco tempo sono alzato. Sono già vestito, scarponi inclusi. Una stropicciata al viso, poi afferro la macchina fotografica e esco guardingo, accertandomi che il felino si sia allontanato (la mortadella è molto ambita a 2500 metri circondati solo dalla neve, e potrebbe essere dura proteggerla :-D).
Una volta all'aperto, si prova una delle sensazioni più belle al mondo. Intorno è tutto azzurro, la neve, il cielo, i profili delle montagne. Ovunque mi giri, solo roccia, nessuna presenza umana. Sono libero, libero di ammirare la serenità che regna in questo luogo. Si rimane colpiti, a provare sensazioni del genere. Ci si sente quasi degli intrusi, in mezzo a tanta armonia, in mezzo a quel paesaggio che lento cambia di stagione in stagione, di anno in anno, che si modella e si muove nel silenzio, rotto solo di tanto in tanto dal fragore di qualche cedimento di roccia o neve. Si vorrebbe ammirare tutto per ore, a breve le Tre Cime diveranno rosse, poi arancio, e infine gialle. Non ho molto tempo, penso che anche dal basso riuscirò a scattare buone immagini. Faccio quindi un paio di foto alla luna ancora splendente in cielo, e mi incammino nuovamente per i miei passi, seguendo a ritroso le impronte lasciate il giorno precedente.
Il momento blu, che precede l'alba, dipinge la neve di azzurro, nella semi-oscurità. All'orizzonte, splendente in un cielo terso e ancora stellato, splende una falce di luna, come fosse a guardia di quella valle silenziosa.
Scendo veloce, affondando nella neve. Il ritorno è più semplice. I pendii innevati si superano facilmente. Il tempo impiegato tra una roccia e l'altra è breve. Mi sento più sicuro di ieri, e trovo il tempo per fare qualche foto alle Cime colorate dal sole che pian piano le sta raggiungendo.
Da uno spiazzo roccioso tra le nevi, mi concedo il lusso di uno scatto col cavalletto, che altrimenti sarebbe stato un inutile peso nello zaino. Ne approfitto per qualche autoritratto, poi guardo la scena come disegnata con dei pastelli, faccio un'ultima foto e riprendo il cammino.
In breve sono alla zona dei laghetti provocata dallo scioglimento della neve. Mi sembra che questi ultimi si siano espansi molto rispetto al giorno precedente, arrivando quasi a lambire le mie tracce. Non mi ero accorto di esserci passato così vicino. Oppure veramente si allargano di molto, di giorno in giorno.
Vasti laghetti si formano nelle depressioni, prodotti dalla neve che incessante continua a sciogliersi, alimentando ruscelli e accumuli d'acqua, che andranno poi ad alimentare il fiume Rienza, giù a valle. La distesa nevosa in scioglimento è ancora di un blu ghiacciato, mentre le cime si fanno sempre più accese.
Tempo due ore, e sono di nuovo alla strada della Valle di Lambro. Mio padre mi aspetta per riportarmi al B&B. Una bella doccia, colazione, e poi di nuovo in auto per il ritorno a casa... Il ricordo di quella piacevole solitudine mi accompagnerà per sempre.
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