..FotografiadiNatura
A TUTTO G.A.S. (cit. Leonardo)
Il tracciato del Grande Anello dei Sibillini (G.A.S.): nella sua formulazione di base, prevede 9 tappe con partenza e ritorno nella città di Visso. Noi l'abbiamo modificato in 6 tappe (accorpandone 3) e siamo partiti e tornati (ehmmm... sono tornato) a Monastero.
29 Maggio 2009 - Tappa 1: Monastero - Garulla

Lunghezza: 18.27 Km
Dislivello in salita: 863 m
Dislivello in discesa: 743 m

Verso mezzogiorno del 29 Maggio 2009, lasciamo l'auto di Gianluca sul lato di una polverosa sterrata che esce dal paesino di Monastero, nei monti Sibillini: così inizia la nostra avventura. A una serie di foto di rito che celebrano la partenza, segue una sommaria vestizione e il carico dei pesanti zaini sulle nostre spalle. Particolare attenzione viene posta alla schiena di Leonardo, da tempo malconcia, vero tallone d'achille della spedizione. Fortunatamente una robusta fascia di derivazione Gibò (di cui, per dovere nei confronti degli sponsor, segnalo il link: http://www.pharma.it/dr_disk.htm) sorregge una parte del peso. Tuttavia, la frattura irrimediabile dell'intera struttura è assunta come principale causa di fallimento, con percentuali che sfiorano il 90%.
Siamo impazienti di avviarci, così senza troppi pensieri, con le caviglie di Leonardo ben avvolte in robuste ghette (è la prima volta che le vedo con temperature superiori ai 5°C :-), ci apprestiamo ad affrontare il sentierino seminascosto che ci porterà all'anello.
Il Grande Anello dei Sibillini è una serie di sentieri più o meno tortuosi che a quota relativamente bassa circondano il parco dei Monti Sibillini. La leggenda vuole che l'intero percorso conti 120 Km in totale. Noi vogliamo di più, così iniziamo sin da subito a sbagliare percorso, per accumulare Km e fatica, altrimenti sarebbe stato banale affrontare questa prima tappa. A un certo punto, visto che mi ritrovavo ad affrontare passaggi su roccia prossimi al quarto grado con 15 Kg sulle spalle, realizzo che forse la giusta via non è quella che stiamo percorrendo. E' il disperato istinto di sopravvivenza di Leo che ci guida sulla giusta via, permettendogli di avvistare un segnale bianco-rosso ben nascosto sul tronco di un albero. Certo, che senso avrebbe metterlo bene in vista? Dieci minuti prima, un simpatico vecchietto del paese (d'ora in avanti chiamato vecchiaccio :-) ci aveva augurato buon viaggio: "E' impossibile che vi perdiate!"
Si parte con degli strappi impegnativi di salita, che minano sin dall'inizio le poche energie di noi trekkers. Dopo un paio d'ore di sole, arrivano le prime comparsate dei nostri inseparabili compagni di viaggio: i nuvoloni temporaleschi. Ci immergiamo in una fitta coltre di nebbia che consente una visibilità di 7/8 metri al massimo. Fortunatamente il sentiero è di facile lettura. Attraversiamo così un vasto campo in altura (almeno credo fosse un campo... con quella nebbia potevamo essere anche alla periferia di Milano senza accorgercene). All'imbocco della lunga discesa che ci condurrà a Garulla, sede del nostro primo bivacco, ci dovrebbe attendere, a detta della guida, un paesaggio indescrivibile. Infatti, è letteralmente indescrivibile: neanche riusciamo a vederlo. Attendiamo qualche "minuto" che Leo ci raggiunga (il limite oltre il quale potevamo dichiararlo morto era di 2 ore), prepariamo per lui una bella lapide con una pietra segnapercorso, e poi, felici nel trovarlo ancora in forze, imbocchiamo la sterrata che ci porterà, dopo un paio d'ore, al meritato riposo.
Arriviamo a Garulla la sera, intorno alle 20, con i nuvoloni che ora minacciano seriamente pioggia, che immancabile arriverà, non appena terminato di montare le tende sul comodo giardinetto del rifugio di Garulla, ancora chiuso. Approfittiamo del porticato e dei tavoli del rifugio per la frugale cena a base di scatolame vario. Nota lieta la calda tisana offerta da Gianluca e riscaldata con apposito e ingombrante fornellino da campo. Poi tutti in tenda: siamo solo al primo di sei lunghi giorni.
La produzione fotografica della gita non è molto ricca, né particolarmente attraente. A mia discolpa cito il tempo inclemente, la fatica smodata, la macchinetta infilata nello zaino, la vista appannata e la fame da leoni, che ci spingeva a raggiungere il termine della tappa il prima possibile (Leonardo permettendo). Mi sono comunque imposto di scattare almeno una foto degna al giorno, in modo da poter chiamare questo mio scritto FOTOracconto. La prima (e unica) della giornata è scattata poco prima di Bolognola, lungo la discesa che porta a Garulla...
Il bosco fatato... almeno così ci è sembrato dopo sei ore di marcia, a due dall'arrivo...
30 Maggio 2009 - Tappa 2: Garulla - Altino

Lunghezza: 19 Km circa
Dislivello in salita: 1300 m circa
Dislivello in discesa: 600 m circa

L'abbaiare di due piccoli cani che si rincorrono attorno alla tenda mi sveglia piuttosto presto. Di fuori sento Gianluca che già scatta qualche foto all'alba. Per me è troppo tardi, sono stato pigro. Il tempo è buono, dopo che la notte si sono rovesciati litri d'acqua sulle tende. Dopo una buona colazione, smontate le tende, ripartiamo alla volta di Colle di Montegallo. Il progetto odierno è pretenzioso: abbiamo unito due tappe in una e vorremmo arrivare sino a Colle. L'inizio è buono, una strada dolce e poi un sentiero in campo ci conducono, in una fresca mattinata, fino al primo paesino, dove un simpatico vecchietto, diverso da quello di ieri, si affanna a darci spiegazioni per la retta via. Quando nota che imbocchiamo la strada sbagliata, invece di comunicarcelo educatamente, fa una divertentissima battuta sulla destra e la sinistra. Un'ora e mezzo più tardi, e soprattutto 1,5 Km di salita vertiginosa più tardi, notando che la direzione non era delle migliori, apro la cartina e scopro felicemente di aver sbagliato strada. Possiamo solo tornare al paesino, con due ore di ritardo su una tabella di marcia già serrata.
Guardando la cartina, avremmo dovuto attraversare la valle dell'Ambro: ci arriveremo solo verso le 13, appena in tempo per il pranzo, consumato in riva al fiume giallo.
Il gorgoglio delle acque del fiume ambro, curiosamente tinte d'oro, accompagna il pasto del secondo giorno. Fa caldo, e cerchiamo riparo all'ombra del ponte che attraverseremo. I giorni successivi rimpiangeremo quel sole...
Dalla valle dell'Ambro parte una salita micidiale verso il paese di Rubbiano, termine della prima parte della tappa. Quando lo raggiungo, intorno alle 15:30, sono assetato e distrutto. Un simpatico signore tedesco mi invita a rifornirmi d'acqua dalla sua fonte. Più tardi e molto più tardi, rispettivamente, giungono Gianluca e Leonardo. Serpeggia un minimo di preoccupazione: non è prestissimo, il cibo scarseggia e la fatica incombe. Gli indigeni asseriscono che il primo alimentari si trova a Isola, un bel pò di salita più avanti. Non è il caso di fermarci a Rubbiano, anche perchè la casa del parco è chiusa. Noi dovremmo arrivare sino a quella di Colle di Montemonaco. Impensabile. Inoltre scopriamo che anche quella è chiusa. Rassegnati, decidiamo di tirare avanti finchè ci è possibile, e poi provvederemo a fermarci. La strada per arrivare a Isola è ancora in salita, e al termine sono veramente esausto. Ingurgito una barretta di cioccolato, per riprendere le forze ormai agli sgoccioli. Lungo la strada, la scoperta di una farfalla semi imbambolata su uno stelo d'erba, ci allieta il pomeriggio. Mentre Leo si dirige a Isola alla disperata ricerca di cibo fresco, con Gianluca scattiamo numerose foto al lepidottero, che compiacente non disdegna e rimane in posa fino al termine della serie di scatti.
Un esemplare (forse... ;-) di Pieride del biancospino (Aporia Crataegi), ripreso col 18-200 alla massima estensione. Un obiettivo davvero eclettico...
Raggiungiamo Leo al paese, mentre ha già preso contatti con un ristoratore che ci rifocillerà con panini e vino. L'alimentari tanto agognato, sembra abbia chiuso anni fa... Sono le 18, e siamo stanchi. Potremmo dormire qui, ma un impulso misterioso ci spinge a proseguire, con tappa ad Altino. Ci hanno detto, e mi ricordo, che là c'è un ristorante. La salita fino ad Altino è a dir poco massacrante. Quando arrivo sono in un bagno di sudore, soddisfatto per l'impresa odierna. Al rifugio di Altino ci attende un'accoglienza gioviale, un'ottima e abbondante cena, e una meritata colazione all'indomani. Tutto a prezzi modicissimi! Il pernotto per me è in tenda, per Gianluca e Leo in camera.

31 Maggio 2009 - Tappa 3: Altino - Colle le Cese

Lunghezza: 21 Km circa
Dislivello in salita: 860 m circa
Dislivello in discesa: 900 m circa

Il temporale ci coglie dopo un paio d'ore di cammino, nel sentiero sottobosco che da Colle di Montegallo porta a Forca di Presta. Facciamo appena in tempo a mangiare qualcosa, poi delle pesanti gocce cominciano a filtrare dalle foglie, il terreno diventa umido, lo scroscio sui rami sempre più forte. Alzo il cappuccio del guscio impermeabile, copro lo zaino con il sacco e di buon passo mi avvio lungo il sentiero.
Il sottobosco reso umido dalla pioggia. Un bel sentiero all'ombra e pianeggiante, da percorrere quando non piove...
Fin tanto che si procede nel sottobosco, l'acqua è tollerabile. I problemi iniziano all'uscita del bosco, quando si deve seguire la strada asfaltata per raggiungere il Rifugio degli Alpini a Forca di Presta. I tuoni accompagnano un vento incessante e laterale, che spinge l'acqua sui pantaloni e fin dentro gli scarponcini. Il vento è freddo, e i pantaloni bagnati che premono sulle gambe le rendono dolenti, quasi contratte. Procedo comunque fiducioso, confidando nel caldo del rifugio. Quando vi arrivo, sono completamente bagnato e infreddolito. Il pesante zaino rende addirittura impacciati i miei movimenti per entrare. Non posso lasciarlo fuori, piove a dirotto. Entro e chiedo al ragazzo dietro al bancone dove posso cambiarmi, e lui per tutta risposta, quasi infastidito, mi risponde "al bagno". Il bagno fa schifo, è piccolo, e contiene a malapena me e il mio zaino. Mi sento un pesce fuor d'acqua là dentro. Sono tutti belli vestiti con i loro pile a mangiar polenta e trangugiare vino. Sono serviti e riveriti. Ma non c'è posto per far cambiare un escursionista fradicio? Che rifugio è? Tanto vale che lo chiamino ristorante, senza scomodare gli Alpini. Suggerisco "Da Mario": polenta e capriolo a volontà. Vietato l'ingresso ai cani e a chi non è asciutto e non paga. Sdegnato quanto me, Gianluca si appresta a cambiarsi all'aperto. Lo imito, mentre aspettiamo Leo. Quando arriva, protetto dalle ghette e da una lunga mantella, quasi lo invidiamo...
Nel frattempo ha smesso di piovere. Con coraggio ci rimettiamo in cammino. Dopo qualche minuto, però, arriva di nuovo l'acqua, e poi la nebbia, che rende invisibili i segni del percorso. Sono andato un po' avanti, quindi sono solo. Sto attraversando la sommità di un colle, credo. Pieno d'erba. Con l'umidità che entra ovunque. Eppure mi sento sereno, a lasciar andare i passi senza scorgere nulla intorno. Avvolto dal silenzio. E' piacevole provare sensazioni a cui non si è abituati!
Verso la metà del pomeriggio, dalla nebbia, fuoriesce il Rifugio di Colle le Cese. Rifugio con la R maiuscola, perchè finalmente l'accoglienza è degna del nome. In una stanza deumidificata lascio gli indumenti bagnati. Vengo condotto in camera, e in breve posso farmi una doccia calda, la prima da quando sono partito! Il gestore è una persona squisita. La cena, molto ricercata e gustosa, è allietata da una piacevole musica sapientemente scelta. Si respira una bella atmosfera. Anche se siamo consapevoli che l'indomani ci attende un'altra dura prova...

1 Giugno 2009 - Tappa 4: Colle le Cese - Campi Vecchio

Lunghezza: 19.5 Km
Dislivello in salita: 449 m
Dislivello in discesa: 1089 m

Sulla carta, sembra una tappa semplice. "Solo" 450 m di salita, e ben 1000 di discesa! Dovremo però affrontare il punto più alto dell'anello, attraversando Forca di Giuda, a 1794 m. Inoltre, già alla partenza piove e c'è nebbia. Il primo tratto di percorso è semplice, e anche quando inizia la salita è piacevole passeggiare, anche se le mani sono fredde e la pioggia non cessa di cadere. La nebbia scopre solo un attimo il piano di Castelluccio.
Quando mi trovo in prossimità di Forca di Giuda, un vento potente mi spinge addosso la pioggia, e mi impedisce di guardare la cartina. Noto un sentiero alla mia sinistra. Il segnale in legno non indica particolari direzioni da seguire. Rapidamente scelgo di saltare sul sentiero, che viaggiando a mezza costa, è riparato dal fianco della montagna. Rimanere lì in mezzo alla Forca è impossibile. Appena mi trovo più riparato, estraggo la cartina. Ma ho solamente una trentina di secondi prima che l'acqua e il vento la rendano inutilizzabile. Comunque il sentiero è segnato. Decido di proseguire, stupidamente in salita. Se Forca di Giuda era il punto più alto, dove andavo? Una mezz'ora di cammino circa, e mi trovo ai piedi di una immensa croce di ferro, che si erge nella nebbia improvvisamente, come mi si parasse davanti a ostruirmi il cammino. Mi allontano di qualche metro da quel parafulmine involontario, e inizio a cercare i segni attorno alla croce. Sono introvabili. Non appena mi espongo al lato battuto dal vento, l'acqua entra in pochi secondi nei miei scarponi. Li sento colmi, e i piedi sguazzano... Mi butto sotto ad alcune rocce più riparate, facendo forza col peso del corpo per non essere ribaltato dal vento. Riprendo la cartina, ma è peggio di prima! Non riesco ad aprirla, è quasi del tutto strappata. Butto un occhio alla zona che mi interessa, faccio due conti, e mi rendo conto di aver sbagliato ancora! Ma dov'era il sentiero? Decido di tornare alla Forca. Cerco anche di cambiare i calzini con un paio asciutti, ma ottengo solamente di aver bagnato un paio di calze in più, e anche parte dello zaino.
All'altezza della forca la nebbia si è diradata. Più in basso, un paletto segnavia fa bella mostra di sè. Più avanti Gianluca e Leo procedono con passo stanco ma incessante verso valle. Li chiamo e corro da loro. Come se non fossi abbastanza stanco, ci mancava questo surplus...
Sempre in compagnia della pioggia, cominciamo a scendere verso Campi Vecchio. Quando chiamiamo il gestore del rifugio, scopriamo che si tratta di una struttura "autogestita". Vale a dire, ti facciamo spesa e ti cucini da solo. Il gestore rimane leggermente basito quando per tre persone ordiniamo 1 Kg di pasta e 10 salsicce, ma abbiamo altro a cui pensare, ancora. Siamo a Campi Vecchio verso la metà del pomeriggio. Il rifugio è accogliente, la cucina enorme. Prima di cena, un debole sole scalda i nostri indumenti distesi su un muretto ad asciugare. Non sarà sufficiente, dovremo ricorrere a quella che abbiamo chiamato "operazione Drago". I fornelli della cucina sono stati utili anche in modo non convenzionale... ;-)
Una piccola speranza di bel tempo ci illude verso sera. Non avrà seguito, però ci regala una bella luce sulla piana che si allunga sotto i nostri occhi, dall'angusta finestra dell'ostello.
2 Giugno 2009 - Tappa 5: Campi Vecchio - Cupi

Lunghezza: 21.6 Km
Dislivello in salita: 1145 m
Dislivello in discesa: 917 m

Al mattino, di nuovo acqua. La strada sale in direzione di Visso. Il tempo sembra implacabile. Un vento forte spazza l'aria come nei giorni precedenti. Le forze sono ridotte al minimo. Siamo infreddoliti e stanchi. In una pausa, nell'attesa di Leo, Gianluca mi comunica che a Visso abbandonerà, fiaccato dalla pioggia, stufo di vedere solo bianco, indebolito nel fisico e nello spirito :-D
A Visso, quando giunge Leo, apprendo che anche lui dovrà abbandonare. A cedere non è stata la temuta schiena, bensì un ginocchio, dolorante dal giorno precedente. E' la resa...
Ha smesso di piovere, ma il cielo è ancora completamente nuvolo. Sono a un giorno dalla meta, non posso fermarmi qui. Chiamo mio padre per un aggiornamento meteo. Sembra che dal pomeriggio si rimetta. Prendo le chiavi dell'auto di Gianluca, i numeri di telefono di campeggi e rifugi, e a malincuore riparto da solo, in salita, di nuovo. Quando sono in cima, però, e all'orizzonte vedo il santuario di Macereto, lo spettacolo è incoraggiante. Una vasta piana ondulata accompagna lo sguardo. Più distanti, imponenti monti avvolti da nere nubi fanno da cornice. Fino a Macereto, è quasi un piacere. Penso a Gianluca e Leo, seduti al ristorante a pasteggiare.. :-%
Un albero solitario lungo un pendio, rischiarato da un timido sole, che all'indomani avrà ripreso vigore.
Il rifugio di Cupi è aperto, e serve la cena. Lo scopro grazie a una telefonata. Sono già più incoraggiato. Procedo verso Cupi, arroccato sopra Visso. Quando arrivo, le ginocchia sono a pezzi. Quasi zoppico, per il dolore a ogni passo. Domani sarà ancora peggio...
Il rifugio è molto accogliente, e la cena davvero ottima! La ragazza mi compila addirittura l'attestato di percorrenza dell'anello, evidentemente impietosita dalla mia storia :-). Qualche minuto di lettura davanti al fuoco, poi di nuovo a dormire. Sono stanchissimo, ma soddisfatto: ho anche asciugato i miei calzini grazie all'asciugacapelli gentilmente prestatomi dai gentili gestori...

3 Giugno 2009 - Tappa 6: Cupi - Monastero

Lunghezza: 18.9 Km
Dislivello in salita: 1013 m
Dislivello in discesa: 1251 m

Mi aspetta un'altra doppia tappa. Ma è l'ultimo giorno e praticamente ormai è fatta. Da Cupi si sale subito a mezza costa lungo un monte. La strada è molto ripida, e a farmi compagnia ci sono due piccoli cani che mi scodinzolano tra le gambe. Quando raggiungo la cima, e inizio a cercare il sentiero che scende verso Fiastra (peraltro ripreso dopo averlo perso più volte...) i due compagni di viaggio non si sono ancora staccati. Inizio a pensare che non vada bene quando raggiungo il paese di Fiastra, e sono ancora con me. Dubito che riusciranno a tornare da soli, così chiamo il rifugio, che mi conferma il vizietto dei due quadrupedi. Uno è Johnny, l'altro è Puffo. Ci mettiamo d'accordo: li porterò fino alla macchina e poi li ricondurrò a Cupi, al rifugio. Tutto bene dentro Fiastra. Tutto bene anche lungo la salita che si frappone tra me e Monastero, l'agognata meta. Mi seguono con attenzione, di tanto in tanto Johnny trascina Puffo nel bosco, per poi tornare. Finisco anche la seconda salita della giornata. Inizio una piacevole discesa nel bosco. E' qui che Puffo e Johnny si allontanano per troppo tempo. Non li sento più. Li chiamo ad alta voce, ho visto che rispondono ai nomi. Niente da fare. Inizio a fischiare, poi a chiamare ancora. Sono esausto, ho voglia di tornare alla macchina, ma devo recuperarli. Scendo nel bosco, finchè le radici e le fronde non mi fanno scudo. Poi li sento abbaiare, diretti verso monte. Ripercorro a ritroso il sentiero, in salita, di corsa. Immaginate voi... dopo sei giorni di cammino. Arrivo di nuovo in cima, li vedo rincorrersi. Niente da fare, non mi sentono. Scompaiono nuovamente dalla mia vista. Sono costretto a tornare nel sentiero, fino allo zaino. Estraggo il panino con la mortadella, spero che lo odorino. D'un tratto sbuca Johnny, ma di Puffo non c'è traccia, neanche dopo venti minuti. Non lo sento più neanche abbaiare. Triste e sconsolato, mi incammino nuovamente, con attenzione maniacale per non perdermi anche Johnny. Sono molto preoccupato, e triste, però spero che se la caverà. Al rifugio mi hanno detto che verranno a cercarlo.
Il ginocchio comincia a farmi veramente male. Non riesco più a piegarlo, e trascino la gamba. Il cartello che indica un'ora e mezzo circa alla fine della sofferenza mi rincuora...
I paletti segnavia del GAS, segnano che manca solo un'ora e venti minuti a Monastero.
Dopo un'ulteriore discesa, mi trovo ad attraversare un ruscello, che di certo avrebbe reso di più in foto con una luce migliore.
Poco distante da Monastero, un robusto torrente rovescia la sua acqua a valle. Ci prova anche con la mia cartina, caduta in acqua, ma riesco a recuperarla ancora una volta. Immaginate cosa è ora... somiglia più a un puzzle che a una mappa...
Col ginocchio dolorante, quasi senza fiato, triste per Puffo ma soddisfatto del ritorno, conquisto l'agognata automobile, che mi ricondurrà a Spoleto, dove Gianluca e Leo torneranno a prenderla alla sera. La cosa buffa? Una volta arrivato mi accorgo di aver perso l'attestato... :-o

Un grande ringraziamento a tutti i miei compagni di viaggio, di seguito riportati in ordine di importanza! (Johnny & Puffo, Leo & Giangi). Mi sarebbe piaciuto che all'arrivo fossero tutti con me... purtroppo c'era solo Johnny! :-D Un caro saluto anche a Mosele che ci seguiva da lontano...
Johnny (quello scuro) e Puffo (quello chiaro)
Leo (quello verde)
Giangi (quello morto)
E Puffo? Le ragazze del rifugio mi chiamano dopo un paio di giorni. Sono andate a cercarlo, senza trovarlo. La gente del posto però lo ha visto, ma sembra che sia fuggito dal paese spaventato dai gatti (?!?). Poi, il sabato mattina successivo, mi sveglia un'altra telefonata: l'hanno ritrovato, era tornato a Fiastra, e si godeva le meraviglie del lago... :-)
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